Lettere in Medium

 

Ho vissuto queste "visioni", influito dai marasmi emozionali che subivo all'epoca. Ora, le vedo anche secondo ragione ma, lascio tutto come sta.

 

Le avevo già precisato che gli scritti non sono frutto di scrittura medianica o trance.

 

Non sono altro che il risultato dall'influsso della Vita della quale anche Swedemborg fu vita naturale ed è spirito della vita soprannaturale. In questo senso, se posso confermarle l'influsso culturale e spirituale di Swedemborg (leggendo " Cielo e Inferno") non ho modo né prova per confermare, né smentire, quello spiritico. A dirla con Lubrano, al punto si pone ovvia la domanda: se ciò che è alla conoscenza della mia coscienza, è influsso della vita di questo stato di vita, per tutti i concetti che solamente dopo averli scritti ho scoperto che facevano parte della mia conoscenza, quale stato della vita mi ha dato la conoscenza di ciò che non avevo coscienza di sapere prima di scriverli?

Molti anni fa andai a perorare la causa di una Comunità per Tossicodipendenti che un Borgo di Verona non voleva inserita nel suo contesto.

 

Quando mi fu data la parola iniziai l'intervento dicendo: " vi parlerò di vita e di sangue ". Non mi piacque il tono baroccoso di quell'introduzione. Mi parve spropositato. Ricordo che lo pensai, dopodiché, buio. Al cinema, le è mai capitato di vedere, prima lo schermo nero, poi un " occhio " che allargandosi rivela una immagine? Ecco, successe così che ripresi a vedere dove stavo, con chi stavo e a sentire cosa stavo dicendo. Mi resi conto della situazione di non coscienza, non perché mi accorsi che mi stava mancando, ma perché ripresi a vedere quello che, probabilmente, era l'ultima cosa che avevo visto: un viso di fronte a me. A " risvegliarmi ", fu il pss - pss di un relatore che, o si era stufato del mio intervento o temeva che il tempo del mio, togliesse tempo al suo. Evidentemente, la mia relazione non fu breve. Uno psichiatra (dr. Alessandro B.) che era li per analoghi motivi, commentò il mio intervento, dicendo: Hai detto quello che io non ho potuto dire. Di quello che, evidentemente ho detto, non so assolutamente nulla, ma, se intervento vi è stato, se non da me perché non ne ho coscienza, da chi? Se questo è " trance " questo è stato l'unico caso che ho subito. Dico subito perché non ho fatto e detto assolutamente nulla per raggiungere quello stato.

Sul fondo di una tazza nella quale avevo bevuto un caffè, si evidenziò l'immagine di un anziano con la testa china.

 

Schiena contro schiena, a mo' di fratelli siamesi, c'era l'immagine di una entità caprina (con tanto di corna) anche questa a testa china. Da come la polvere del caffè aveva disegnato ambedue le figure, si capiva che stavano a capo chino come sta il capo di chi ascolta o un giudizio interiore o un giudizio superiore. Quelle due immagini, molto meste, davano l'idea di essere avvinte al punto da essere reciprocamente impotenziate. Quella testa si rivelò altre due volte in una macchia d'inchiostro: una volta spandendolo casualmente, ed un'altra volta firmando una lettera. Nel primo caso l'anziano mi apparve all'interno di una figura a testa di leone: firmando la lettera invece era da sola. Dato il nominativo dell'associazione ( tramite un medium, il segno mi pervenne per scrittura automatica ) l'immagine dell'anziano potrebbe anche essere quella di Paolo, l'apostolo. D'altra parte, se con " per Damasco ", si intende anche la via che si deve percorrere per giungere ad una rivelazione, allora, non è necessariamente detto che quella figura sia di Paolo; può anche essere quella di un qualsiasi filosofo che cerca se stesso e/o i suoi principi. Come so che era un filosofo dal momento che c'è ne saranno stati anche senza barba e con capelli e ci saranno stati anziani con barba e senza capelli ma che non erano filosofi? Infatti. non lo so. Lo penso perché l'immagine me ne ha suggerito l'idea. Quell'anziano ( che dimostrava circa una settantina d'anni ) aveva un naso, che più rincagnato di così, non ne ho mai visto uno di eguale. Una volta recepita l'immagine e accantonato l'idea di fotografarla, ho lavato la tazza.

 

ps. A dire il vero, una somiglianza storica con l'Apostolo l'avrei anche, infatti, ambedue abbiamo iniziato a capire la vita dopo aver incontrato lo spirito (medianicamente, nel mio caso) che corrispondeva alla vita che cercavamo.

Conoscere l'Immagine è impossibile. Conoscere la nostra, indispensabile.

 

Allo scopo di collocare il nostro spirito nello stato della Vita ( immagine della Natura della Cultura del Principio della forza dello Spirito sia nel Supremo che nell'ultimo ) per essere a Somiglianza della vita originante, la vita originata non può non sapere la sua Immagine. Il trinitario cammino verso il Principio della vita ( quello naturale o il soprannaturale ) è avvio alla coscienza di ciò che è alla conoscenza del piano di vita nel quale si va ( o si viene ) alla luce. La conoscenza di ciò che è alla coscienza dice lo stato di somiglianza fra l'immagine umana e quella del Principio. Limitare e/o condizionare la conoscenza di ciò che è alla coscienza è, dunque, limitare e/o condizionare il rapporto di corrispondenza fra la vita del Principio e quella della Somiglianza. Nell'ostacolare il rapporto di corrispondenza fra l'Immagine del Principio ( e dei suoi stati, i principi ) e ciò che è a loro Somiglianza ( la vita umana e i suoi principi ) si limita alla nostra vita, la facoltà di porsi con giusto spirito presso l'Origine.

Il Paracleto

 

Lo Spirito, che è calibro della Natura, arbitro della Cultura e giudice della vita è la forza che non può non mediare la vita che calibra, arbitra e giudica. Non può non mediarla perché, la sua forza è vita tanto quanto i suoi stati corrispondono fra di loro ed è dolore ( non vita della forza tanto quanto è dolore ) tanto quanto non corrispondono. Nel trapasso fra uno stato e l'altro, mediando la vitalità della vita, in ambo gli stati ed in tutti i suoi stati, non può non mediare anche il dolore motivato dal male che indebolisce la forza naturale che informa quella culturale. Mi dirai: se lo Spirito è già misericordioso perché l'ausilio dato dalla sua forza media il dolore entro una data soglia, perché, già che c'è, non si fa più misericordioso togliendolo anche prima?

 

E' dolore fisico, il giudizio di male che una Natura da alla sua Cultura.

E' dolore culturale il giudizio di male che una Cultura da alla sua Natura.

E' dolore spirituale il giudizio di male che una data vita da a se stessa.

 

Il bene ( che è gioia naturale e culturale tanto quanto corrisponde a quella spirituale ) ed il male ( che è dolore naturale e culturale tanto quanto corrisponde a quello spirituale ) sono i massimi termini di riferimento ( naturale, culturale e spirituale ) con i quali, in ragione degli stati della sua forza, la vita discerne su se stessa secondo la ragione ( la forza ) del suo spirito. Se la vitalità che lo Spirito soprannaturale da alla vita che passa fra uno stato e l'altro non alimenta il bene naturale per non condizionare il giudizio con una forza che non è della Persona, per lo stesso motivo, non ne alimenta il male. Non lo può fare, appunto, se non interloquendo ( con la Sua forza ) sulla data vita che dovrà discernere su se stessa solamente in ragione di quanto ha personalmente capito perché personalmente sentito. Se la vita dello Spirito soprannaturale intervenisse anche minimamente sulla vita naturale che sta discernendo su se stessa, certamente interferirebbe sul giudizio che essa darà di sé. Ciò che dunque pare indifferenza è solamente giustizia. Che la Sua misericordia non possa passare la soglia della Sua giustizia non ci farà molto comodo, ma, lo sento così giusto, questo principio, che non può non essere che divino.

Anche a me è successo di udire voci e vedere delle luci

 

Una volta ( lo sentii nella testa ) una voce d'uomo mi disse: scrivi. Era di pomeriggio, stavo passeggiando in piazza Bra. Un'altra volta, una voce di donna, cantata, sonora, bellissima (sempre nella testa) mi disse: buongiorno! Più o meno era la mezzanotte. Sempre nella testa, una voce da " rana " mi disse: Ti fa piacere? In quel momento stavo sentendo del solletico fra i glutei. Un'altra volta nella testa sentii dei passi. Erano passi pesanti, forti, determinati, sicuri. Ad un certo punto non li sentii più. Non li sentii più perché cessai di udirli, o perché chi camminava era giunto alla meta? Dal momento che li sentivo nella testa e che la testa è il luogo naturale del pensiero, cessarono perché erano giunti fra i miei pensieri? E' ben vero che chi mi disse scrivi non mi disse di farlo subito, così come un augurio di buongiorno non è meno valido se detto a mezzanotte ma, perché fuori contesto? Perché chi mi disse buongiorno era alla luce? Perché non in grado di vedere il nostro buio? E perché l'imperativo scrivi quando non ero in gradi di farlo? Perché richiesta non legata al momento ma ad una esigenza che non tiene conto del come e del quando? (A proposito di come e quando, questo e altri corsivi) sono correzioni dell'Ottobre 2015)  Quando chiudo gli occhi e guardo in avanti come se li avessi aperti, vedo dei punti luminosi. Qualche volta solamente uno, più o meno forte. Qualche volta più punti. In qualche caso hanno formato delle visioni: a triangolo con la punta in giù. Non so bene perché ma in quel caso mi lasciarono dentro una pessima emozione. Qualche volta i punti si muovevano per la zona nera dell'occhio chiuso, qualche volta si accendevano e si spegnavano. Più volte, mi capitò di sentire una stanchezza improvvisa: tanto da avere il bisogno di riposare. Durante il riposo, vedevo, sempre guardando in avanti ad occhi chiusi, un tondo in oro con all'interno dell'azzurro: pulsava. Dall'altra parte di quello che io vedevo mi pareva ci fossero delle presenze, in ogni caso, " sapevo " che c'erano. Ero fortemente attratto da quella visione. Mi capitò di arrabbiarmi perché, non rivelandosi con chiarezza, mi escludeva la possibilità di sapere. Il fatto che mi arrabbiai mi fece capire che non ero pronto ad accogliere solamente ciò che mi veniva dato di vedere e, dunque, sapere. Non dubito che si possa anche interpretare quella manifestazione come una qualche disfunzione oculistica ma, perché era preceduta da una debolezza e perché (la visione durava, forse 10/15 minuti) quando mi alzavo dal divano ero riposato come neanche dopo otto ore di sonno? Qualche volta ancora, sempre ad occhi chiusi, mi capita di vedere delle " nuvolette " bianche (qualche volta azzurre) che passano sulla mia vista come se fossero un cielo.

Una volta, mi resi conto dopo, che ero nel dormiveglia, mi sembrò di avere il faro di una macchina puntato sugli occhi: sul destro più che sul sinistro. Pensai di essere capitato in mezzo ad una strada. Quella luce e l'inspiegabilità del fatto mi sorprese così tanto che mi svegliai di soprassalto. Mi capitò di vedere, all'interno della fronte come se fosse uno schermo, dei volti imperturbabili: in bianco e nero, trasparenti, bellissimi. Qualche volta, invece, i visi avevano tratti più " umani " ma non per questo piacevoli a vedersi come gli altri: mi lasciarono dentro della paura. Una volta (sempre all'interno della fronte) vidi un gruppo di figure: giovani. Le vidi dal torso in su. Fui colpito dal fatto che avevano le orecchie a punta come quelle del dottor Spok. In alcun modo avrei potuto saperlo ma sentivo che il giovane davanti a tutti era il mio amico. Per quanto naturalmente belle, l'insieme non mi piacque e, rifiutai la visione. Un'altra volta vidi il mio amico. Lo vidi dentro la cassa come se fossi stato ( dalla parte dei piedi ) ad una certa distanza. L'immagine era a colori: bellissimi. Era scomposto. In effetti, non si era fermato tranquillo. Anche senza quella visione, sapevo già che il sonno l'aveva vinto ma non convinto. Una sola volta, sempre all'interno della fronte, vidi il viso di Cristo. L'immagine era in bianco e nero: quella classica dei santini. Ebbi paura. Non perché l'immagine facesse paura, ma perché mi sentii come un poveraccio che, senza sapere come, anziché a casa sua si è ritrovato nel bellissimo e ricchissimo appartamento di un altro. Siccome c'è la mania di dirsi " Signore, non sono degno " (come se si potesse veramente sapere chi lo è o no o se lo siamo o meno agli occhi della vita ) mi ritrassi da quell'immagine. Che deficiente! Era così bella. Mi sorrideva. Nonostante mi ponessi in aspettativa, non mi riapparve. Una notte di marzo, seduto sulle panchine della stazione stavo pensando a me, ai miei scritti, a cosa farne, come e perché farli conoscere, se è quanto era giusto farlo, ecc. Sopra i tetti delle case di fronte ad un certo punto ci fu una traccia luminosa, brevissima. Una stella cadente di marzo? Pensai di più, ad uno di quei barattoli che mandiamo su e che ogni tanto vengono giù. Ma perché in coincidenza con i miei pensieri? Solamente caso? Comunque sia, da quel " caso " trassi questa lezione: più si penetra velocemente nella vita e più ci si consuma velocemente. Morale della storia: se la mia opera non si afferma " velocemente " è perché la Vita mi difende, non perché mi limita. Una volta sognai che stavo scaricando dei tubi da un camion.

Non so dire se fu perché caddi o perché scesi, tanto il cambio immagine fu repentino, ma mi ritrovai seduto in quello che mi parve un mucchio di neve. Davanti a me un palazzo bellissimo. Occupava tutto il mio orizzonte visivo. Sembrava di ghiaccio o di cristallo. Non c'era nessuno ( solo silenzio ) eppure sentivo, che, o c'era della vita oltre le sue finestre, o che era lui ad essere vivo. Lo guardavo ma nel contempo sentivo che, o mi si guardava o che era lui che mi guardava. Non so perché ma ero diviso tra la voglia di stare sempre li ( o perlomeno di avere più tempo per stare li ) e la fretta di tornare perché sentivo che non c'era tempo ( o che non era il tempo ) per fermarmi in quel posto. Alla mia sinistra, come da dietro un muretto, vidi uscire Cesira, mia madre. Era vestita di nero. Non sembrava contenta. Mi sembrò che mi guardasse severamente, oppure che guardasse, intimorita, o me, o qualcosa o in me o vicino a me che io non vedevo. L'inevitabile paragone fra il Palazzo e questo " condominio " certamente non mi allietò la giornata. Ritrovare il " mio " spirito ( la persona che ho amato ) a me esaltò la vita: con la sua, infatti, se n'era pressoché andata anche la mia. Ma più che esaltazione spirituale o spiritica di tipo medianico, molto più semplicemente fu la gioia ( in certi momenti anche felicità ) di chi ritrova l'amore che credeva perso. Non le so descrivere il calore che qualche volta sentivo nel petto, la dove si era collocato secondo quanto mi disse attraverso una trance del medium. Fu una felicità che non durò molto. Lentamente ( non mi sembrava possibile! ) e sempre più perplesso cominciai a capire che si serviva del mio essere, non per stare presso il mio, ma per avermi al suo servizio: così, come mi invitava a farlo quand'era in vita, cominciai a " scendere dal figaro ". Non mi era mai successo prima della mia esperienza nello spiritismo, ma, da qualche tempo, ponendo le mani, si risolvono o si alleviano dei dolori. Dopo, però, ( non sempre ma in genere se il contatto è con una donna ) capita che mi ritrovo caricato di emozioni negative e/o indebolito. Perché? Perché è mia l'energia che do? Perché sono tramite di una energia ( di uno spirito ) sufficiente si a togliere il dolore ma non a guarire? Ciò significa che sono tramite di una energia debole? Una che vorrebbe ma non può? Può essere che, comunicando energia divento il ponte attraverso il quale lo stato del dolente, passando attraverso me, altera il mio? A fine di bene sono anche disponibile a caricarmi delle tensioni altrui, ma, mi sono chiesto, e se ( nel mio come in altri forse più probanti casi ) il vero fine della forza della vita di origine spiritica non fosse quello di fare del bene fine a se stesso, ma di usare il bene allo scopo di ampliare le fede negli spiriti e, conseguentemente, deviare la fede nella vita, dal Principio a dei principiati?

La sincerità come vincolo

 

Non so mentire, non perché non ne abbia la capacità o ( al caso ) non ne veda gli interessi ma perché trovo estremamente comodo essere sinceri: vuoi perché non ho molta memoria, vuoi perché mi è consono farlo, vuoi perché è più riposante dire ciò che è o tacere, vuoi perché non mi piace perdere la faccia. Data l'attitudine, non mi risultò chiaro perché, in un incontro medianico con " Francesco ", quell'entità mi raccomandò di fare ciò che comunemente faccio. Quello spirito, non precisò quale verità avrei dovuto dire, cioè, quella mia o quella del soprannaturale che mano a mano andavo scoprendo, così, giusto per semplificare le cose, le dico tutte e due.

Incontro avvicinato di alterno tipo

 

Qualche tempo fa, entrando nella stanza da letto che era al buio, mi successe di vedere una luce verticale di colore ametista. La luce ( sui due metri ) era a filo: sembrava una riga di quelle al neon. Accanto alla luce e illuminata, scorsi un'ombra. Non era la prima volta che le vedevo. Mi è capitato in varie occasioni anche di giorno. Qualche volta anche sul lavoro, in cucina ed in cantina, e qualche volta lungo l'Adige. Se lo sguardo non passa oltre loro, evidentemente, hanno corpo. Più che ombre, sono la forma di ciò che impedisce allo sguardo di passare oltre. Lo so che è azzardato da parte mia sostenerlo, ma quell'ombra ( vicino al comodino sul quale avevo posato la Bibbia ) aveva una mano posata sul libro. Non saprei dire se quella luce sorgesse dal libro o vi cadesse.

Reincarnazione

 

Nella serata nella quale mi fu raccomandato " di dire sempre la verità " ma non precisato se quella relativa a me o quella che andavo percependo, con l'entità Francesco introducemmo il discorso sulla reincarnazione. Alle nostre domande (verbali le nostre domande e le sue risposte per scrittura automatica) lo spirito ci rispose che " non era una cosa semplice da spiegare ". Del medium disse che in una vita precedente era stato " uno del deserto ". Forse è per questo che qualche volta lo chiamava " caro el me moro ". Di un amico del medium disse che era " unico ". Di me, che, prevalentemente, fui mistico. Disse anche che sarei stato sotto l'influsso di uno spirito del quale " non era autorizzato a dirmi il nome ". Non insistetti nel voler sapere chi fosse quello spirito ma pensando a S. Paolo (avevo letto le sue " Lettere " qualche tempo prima) un po' per celia gli chiesi di dirmi almeno se era un ariete come me. Non capimmo se seriamente o no, ma, piccato, quello spirito mi disse: questo non te lo dirò mai! Dopodichè, si firmò e ci piantò li.

Fra Spirito e spirito

 

Ciò che condiziona la vita dello Spirito presso la nostra, non è la sua condizione ma la condizione del nostro spirito. Presso di noi, l'influsso della Sua forza dipende dalla condizione della corrispondenza fra la forza della nostra vita e la Sua. Di fatto, come più si corrisponde a noi stessi e più siamo certi di noi ( e dunque forti ), così, più corrispondiamo con lo Spirito ( con la forza della Vita ) è più quella vita rende più certa ( e dunque più forte ) la nostra. Poiché lo spirito della nostra vita è il veicolo che ci collega con la forza della Vita, ne consegue che il nostro spirito è una forza che non dipende (ne può dipendere per essere forza certa) da veicoli ( spiriti ) estranei al se personale. A proposito del se, Maometto ebbe a dire: " chi conosce il proprio se, conosce il proprio Signore. Qualsiasi sia un sé e il signore, grandemente vero.

La libertà, è massima qualità dello Spirito.

L'unica condizione che lo Spirito pone è la vita

 

La vita ( Natura nella propria Cultura ) è piena della forza dello Spirito in ragione dello stato di coscienza ( luogo di tutto ciò che è alla conoscenza ) di quella realtà. Tanto più una coscienza conosce la vita dello Spirito e tanto più in ragione del suo spirito, è piena di quella forza. Alla luce della Natura ( la forza ) della Cultura ( la vita ) dello Spirito, certamente, ameno ché non voglia, uno spirito non può non verificare la propria. Questo momento di giudizio, se da un lato può essere doloroso perché senza dubbi, dall'altro è misericordioso perché non l'Immagine giudica la Cultura della Somiglianza, ma, la Somiglianza, secondo lo stato della coscienza di ciò che è alla sua conoscenza, si giudica alla luce della Cultura dell'Immagine.

Sul caffè... corretto

 

Dal momento che l'immagine nella tazza del caffè che le dicevo in uno scritto precedente, è una manifestazione sul piano naturale, evidentemente, essa segna il ritorno su questo piano della forza che l'ha originata. Dal momento che quello spirito era a capo chino, come sta chino anche il capo di un dolente, necessariamente, è una entità anche dolente quella che è tornata.  Se lo è, allora, necessariamente, è una entità separata dal Principio della Vita, tanto quanto è dolente. Se è lontana dal Principio della Vita, allora ciò significa che gli è avversa? Certamente no. Se è volta alla ricerca del Bene, per quanto lontana dal quel Principio, secondo lo stato del proprio stato è comunque figura di bene. Possiamo dire che una figura è di male solamente se sappiamo con certezza che si è collocata in quello stato, ma, con certezza, sa solo la Vita.

Gatta ci cova!

 

Non saprei dire se a sfavore del ben, per cui è il bene che me lo segnala, o a sfavore del male, per cui il segnale è dello stato contrapposto al bene, ( tanto quanto è contrapposto ) ma quando sto per incontrare personalità tossicodipendenti ( o anche di male nel senso di errore ) da parecchio tempo sento una pressione sulla scapola destra; proprio dove, nella tazza, il caffè residuo aveva disegnato, sulla scapola dell'anziano, il torso della figura caprina. E' una pressione più o meno forte: la direi anche più o meno imperiosa. In alcuni casi fu anche molto imperiosa. La sento anche in questo momento: è una pressione che va e viene. Se fossi tossicodipendente da droga, direi che è la " scimmia ". Se ciò che è posato nella mia scapola ( scapola che è nella schiena e schiena che è anche detta " vita " ) è a somiglianza di quella nell'immagine dell'anziano, evidentemente, nella mia scapola è collocato del male analogo a quello che visse ( o con il quale visse ) quell'anziano, ma, quale male? Dal momento che non sono un tossicodipendente da " droga " ma al caso lo sono della mia sessualità ( droga quando fissa il mio arbitrio ) ne consegue che anche quella figura ebbe un analogo stato di dipendenza?

Un'altra correzione nel caffè

 

Qualche tempo fa, sempre nella tazza del caffè, i residui della polvere composero due cuori. Uno più grande dell'altro. La parte destra del più piccolo stava sopra l'altro. Nel più piccolo, nella curva che si congiunge in basso, sulla punta si era disegnato il profilo di un volto di un quarantenne senza capelli e senza barba. Avrebbe anche potuto essere l'immagine di qualsiasi volto ma il naso, inconfondibile, era quello dell'Anziano. A mio parere, il significato del messaggio è questo: il cuore è vita. Più si è collocati nel cuore della Vita ( nell'immagine, il cuore più grande ) più si è nel Principio della Vita. Poiché al Principio della Vita il cuore è giovane, più ci si avvicina al cuore della Vita più quella vita ci colloca nella sua giovinezza. Essendo forza, la giovinezza, ne consegue che più si è collocati nel Principio della Vita, più lo Spirito ci rende giovani, perché, nella sua vita, forti. Dal momento che il cuore è il simbolo dell'amore, più si è collocati vicino al cuore della vita più si è collocati nell'amore della Vita. Naturalmente, si è collocati nel cuore della Vita tanto quanto la si ama.

Non in ordine di tempo e di accaduto ma come la ricordo,

le descrivo l'esperienza medianica di qualche anno.

 

Per semplificare la stesura dei fatti li dirò al passato perché nel passato ne stanno la maggior parte. Puntando la penna, facevo il possibile perché la forza della mano sino all'avambraccio fosse neutra. Ne usavo quel tanto che bastava per reggere la penna onde permettere alla traccia di essere visibile. Nel suo girare, la penna tracciava ora parole di controversa lettura, ora dei ghirigori, dei profili di volti, o immagini di personalità bestiali ( sorta di incroci fra teste di cane e quella di scimmia ) in un paio di casi, la testa di un leone e, qualche volta, l'immagine di un cane (il Tobj, un molosso nero di amici miei che era mancato per cimurro ) più dell'altro che non sempre riuscivo ad identificare. In un paio di volte la penna tracciò il Tobj con in bocca un passero che aveva preso su un prato. Fra le immagini ( profili di immagini ) ci fu anche Francesco ( lo zio del medium ), Colly, uno spirito bambino e un po' discolo che divertendosi a mettere le dita nelle mie orecchie non la smetteva mai di procurarmi un fastidioso solletico. Pur volendo corrispondere con me ma non tramite me ( non ho la facoltà della scrittura medianica ) in qualche caso, c'è stato Robert Kaufman: pensatore svizzero ( mi pare di Brema, o di Berna non ricordo ) vissuto ai tempi della Rivoluzione francese. Kaufman una volta si disegnò: viso piccolo e ovale. Indossava un colletto rotondo, a pieghe inamidate: credo lo si dica " alla Medici ". Fu di Kaufman, lo spirito che prima di essere sovrapposto da altri mi avvertì, " di stare attento perché c'era molta negatività ". Non precisò se dentro di me o presso di me. Se l'avesse fatto, certamente avrebbe condizionato il mio agire. Il non averlo fatto mi fa pensare bene di lui. Di Kaufman, lo spirito di Cesira disse: " Gira da queste parti un tipo stranissimo ". Kaufman aveva una scrittura a " penna d'oca " bellissima. Mi si rivolgeva scrivendo " Illustre collega ". Io, che non capivo proprio dove stava il mio illustramento, ne dati i miei approssimativi studi dove potevo essergli collega, per quanto compiaciuto ne ero anche imbarazzato. Era una personalità spiritica timidissima. Dei suoi scritti disse " che non si era conservato più nulla di importante "

Cesira, fu mia madre adottiva ma a parte per il naturale per tutti gli altri aspetti fu mia madre. Cesira si complimentava con me per la mia intelligenza: anche in questo caso, proprio non ne capivo il motivo. Cesira era preoccupata perché continuavo a frequentare delle " zone scure "; non perché con poca luce come inizialmente ho pensato ma perché coscienze con poca luce come poi ho capito. I primi tempi subii la sua preoccupazione ma poi tornai alla mia volontà; non c'era solo bisogno di piacere in quelle zone ma anche bisogno di capire, così, la mia ricerca del piacere, sia nel riceverne che nel dare, è stato tramite sia del capire che del far capire. Naturalmente, per quello che ho saputo e/o potuto. Fra i miei corrispondenti vi fu anche Giovanni della Croce: un carattere spiritico molto forte (sempreché sia stato lui ) e con il quale non corrisposi più di tanto perché i suoi modi mi risultarono troppo imperativi. Vi furono delle personalità tossicodipendenti; anche in quello stato erano restii ad ammettere la loro tossicodipendenza. Ci sono state delle presenze che riconobbi negative ( o che avevano della negatività ) anche se di immagine non mi apparvero bestiali perché non solo alteravano il mio stato d'animo ma non erano volte verso le tre croci che pongo in cima al foglio quando inizio una comunicazione. Altre invece, fra le non bestiali e le non negative, le avvertivo come positive vuoi perché non alteravano il mio stato emozionale, vuoi perché guardavano il segno trinitario. In genere, guardavo il messaggio solo quando la penna usciva dal foglio. Lo facevo per evitare il rischio di influenzarmi. Più di una volta mi capitò di sentire che con la penna non toccavo la carta. Aprendo gli occhi, mi accorgevo che stavo " scrivendo " per aria. In quei momenti, il braccio non solo era leggerissimo, ma lo era al punto da elevarsi per moto proprio. Dopo quelle esperienze di levitazione, per quanto di " relativa " importanza, capisco benissimo i voli di Giovanni della Croce, di Teresa d'Avila e di altri. Scendere da quei voli non è affatto piacevole. Non è solo una questione di forza, quella che si sente, ma anche questione di un equilibrio che non so definire diversamente da massimo benessere, beatitudine. Mi creda, se anziché il braccio, tutto me stesso fosse stato riempito di quella forza, pur di non scendere, nonostante quello che costano gli imbianchini, anche con le unghie starei ancora aggrappato al soffitto.

Contatti

 

Sull'esempio della " planchette " (credo si scriva cosi) provai a scrivere delle domande e a metterci sotto un si ed un no come possibili risposte. La penna andava qualche volta precisamente o sul si o sul no; qualche volta o verso il si o verso il no, ma, o prima o dopo il si o il no. Non possedendo la facoltà di rapportarmi attraverso la scrittura medianica, potevo valutare la " precisione " della risposta ( oltreché dal genere di emozioni che sentivo ) anche in ragione di dove si era diretto il segno. Se la traccia passava fra la consonante e la vocale ( ad esempio: S/i ) la risposta poteva essere attendibile ma, siamo sempre li, per quali concetti? Per i nostri o per quelli dello spirito comunicante? Pensa che ti ripensa giunsi a tre considerazioni:

* se la traccia passa fra vocale e consonante la risposta si basa sulla corrispondenza di concetti fra il piano umano e quello degli spiriti;

* se la traccia verso la risposta era prima del si o del no ( se prima è più vicina allo scrivente e dunque più bassa, cioè, più corrispondente al nostro piano esistenziale ) i concetti appartengono alla nostra cultura;

* se è dopo ( e dunque più lontana dal tramite e dunque elevata verso gli stati superiori ) i concetti culturali espressi nella corrispondenza medianica appartengono allo stato spiritico.

Al termine di questa lettera porrò la seguente domanda: le ipotesi a,b,c, sono vere, verosimili, false?

Sempreché ci sia risposta, se la traccia si fermerà sul " verosimile " stiamo comunque attenti; non solo perché ciò che è vero al simile non si sa quanto è falso al simile ma anche perché una risposta è uno stato culturale che può contenere diversi stati culturali: tanti, perlomeno quanto la traccia si colloca vicina o lontana al si o al no. La penna aveva una sua volontà anche quando non ponevo domande: bastava che allentassi la mia. In genere, i segni che mi pervengono, consistono in immagini: interpretando le immagini ho il messaggio. A proposito delle tre croci contornate da un cerchio che metto sul foglio all'inizio della comunicazione, vi furono messaggi che segnavano ( confermando e/o negando in ragione dell'insieme della comunicazione ) o la prima croce ( il Padre: Cultura della Vita ) o la seconda ( il Figlio: Cultura della vita del Padre) o la terza, lo Spirito: principio della forza della Cultura della vita originata dal Padre e comunicata dal Figlio per la vita data dallo Spirito. Il più delle volte capitò che la penna passasse sopra la seconda croce: quella del Figlio. Ricordo una sola volta su quella del Padre e, mi pare anche una sola volta su quella dello Spirito. Un'altra volta passò su tutte e tre. Succedeva anche che la penna passasse al di sopra delle tre croci e qualche volta al di sotto. Nel primo caso traevo la conclusione che lo spirito comunicante fosse, o in una posizione di superiorità spirituale ( non saprei dire se rispetto al simbolo e/o rispetto alla mia spiritualità e/o rispetto ad ambo i valori ) oppure in una posizione di superbia verso il simbolo e/o verso la mia spiritualità: superbia che può essere disprezzo, noncuranza, sfida o quando altro di negativo. E' anche vero che la traccia sotto il segno trinitario può significare un grado di dipendenza spirituale verso la Trinità; ma il porsi vicino è comunque giudizio sullo stato di vicinanza fra uno spirito e lo Spirito. In una delle ultime risposte che ho ricevuto, la traccia della penna è passata sotto il Padre, attraverso il Figlio e sopra lo Spirito. Ne ho dedotto questo: La vita del Padre nella Cultura del Figlio eleva lo Spirito.
 

ps. nessuna risposta alla domande con asterisco.

Parlando della " Pedagogia " fra conoscenti, alla fine delle mie conclusioni puntai la penna.

 

La penna tracciò le immagini di due " bestie ": la più piccola stava sopra la più grande. La più piccola aveva la lingua in fuori a mo' di sberleffo. Ne trassi due conclusioni: o mi beffeggiava perché indispettita dal fatto che avendo detto del giusto avevo " fregato " gli influssi del male di cui era immagine, oppure mi faceva capire di avermela fatta, cioè, di avermi fatto dire ciò che voleva quello spirito, non quello che voleva il mio: il che è come dire che aveva fregato me. Mi viene alla mente anche una terza considerazione; dal momento che quello spirito sa, che non so quali delle due ipotesi sia vera, lo scopo della comunicazione non è stato quello di dare la sua spiegazione  sa che ci crederei con molta riserva) ma è stato quello di seminare dubbi; il che, è come dire che con una minima spesa ha tentato di avere il massimo guadagno. Per quanto riguarda me gli è andata buca e per quanto riguarda gli altri ( dando le spiegazioni che sto dando a lei ) credo di avere vanificato il tentativo: prova ne sia il fatto, che nonostante avessi puntato ancora la penna, non c'è più stata nessuna comunicazione. Lo so che si può dubitare di chi dice di avere questo tipo di possibilità ( la corrispondenza con gli spiriti ) ma siccome non intendo fare nessun tipo di mercato, ne porvi la mia affermazione personale, che mi si creda o no, per quanto mi riguarda, è irrilevante.

Dubbi

 

Non la realtà dei miei rapporti medianici non è vera, ma il tipo di contatto (almeno quello mio) non rende possibile distinguere ciò che è vero dal falso ( o verosimile sia al vero che al falso ) vuoi perché non si conosce, ne si può verificare lo stato spirituale della realtà spiritica che comunica la risposta, vuoi perché lo stato di coscienza di ciò che è alla conoscenza di una realtà spiritica che comunica attraverso il nostro spirito è molto più ampio del nostro. Faccia il caso che i miei dialoghi medianici siano come quelli fra un adulto e un bambino. Va da sé che anche a fronte di una domanda semplice, gli stati culturali di realtà diverse fra loro, pressoché mai, raggiungono una comune intesa sui concetti espressi e sui loro valori. Di conseguenza, se una data domanda comprende una valutazione su ciò che è bianco, su quali concetti di colore verterà la risposta? Sui nostri o su quelli della forza in rapporto con la nostra e, che a sua volta, secondo il proprio stato di vita, è in rapporto con la Vita? Una sera di agosto ci fu un fortissimo temporale. Al mio rientro, sulla scrivania che avevo sotto la finestra trovai pressoché inzuppato anche l'articolo di un giornale: trattava dei " delitti dell'autostrada ". Volevo buttarlo via, invece ho seguito l'impulso di non farlo. Una volta asciutto l'ho aprii per vedere se era ancora leggibile. L'inchiostro aveva composto un'insieme di immagini. All'interno della testa di una fiera ( un leone ) si evidenziavano, più chiare di altre, spettatrici del fatto, tre immagini di bestie. La più grande aveva sulla schiena una più piccola. A fronte, un'altra bestia: più piccola di quella più grande, ma più grande di quella più piccola. Le une poste di fronte all'altra, si fronteggiavano minacciandosi a vicenda. Non ricordo chi sia stato a dire " urla e stridore di denti " o qualcosa del genere, fatto sta, se avessi udito quelle immagini, quello avrei sentito.

Che il messaggio fosse spiritico era evidente, ma non altrettanto evidente era il significato, come al solito, in quei casi ( perlomeno quelli destinati a me ) di plurima lettura. Se delle immagini di male si fronteggiavano, minacciandosi in quel modo, evidentemente non erano complici di bestialità in un dato male. Perché e, per quale motivo? Può essere che degli stati di male si oppongano a degli altri dello stesso stato? A quale scopo? Per impedire che accada del male? Sembrerebbe contraddittorio col loro stato, ma se fosse così, per impedire che accada in quel dato momento, o per permettere che accada quando può essere più grave il momento e, dunque più male? Può essere che del male si opponga ad un altro a fine di bene, o quanto meno a fine di minor male? Le situazioni, che pongo a mo' di domanda, succedono comunemente nel nostro piano, perché fanno parte del male di questa vita. Non sono poche le persone nel male che in più casi mi hanno difeso contro altre nello stesso stato. Forse perché, pur essendo su altra condizione culturale, non mi hanno sentito avverso alla loro condizione umana. Se ciò ha potuto essere su questo piano, può succedere lo stesso su quello spiritico? Che il male sia falsità non è una scoperta; può essere che quello spirito abbia millantato credito recitando a mio uso e consumo, una parte difensiva? E' possibile. Quand'era in vita, a suo modo quello spirito mi voleva bene e, se proprio non era geloso, quantomeno era possessivo. Per quanto, debba, essere avverso a quello spirito, pure non ci riesco quanto dovrei: ovverosia, la Natura della mia Cultura (il sapere) ci riesce, ma non altrettanto la Cultura della mia Natura: il sentire. Presso quella vita, ho conosciuto cosa significa l'amore e l'amare sia naturalmente, culturalmente che spiritualmente, anche se, per quello che rispettivamente abbiamo saputo e/o potuto, ambedue abbiamo conosciuto l'amore e l'amare non perché siamo riusciti a vivere la pienezza di quegli stati, ma perché, capendo cosa impediva di viverli, abbiamo capito cosa li fa vivere.

Amore e amorevolezza. Capii dal dopo la differenza.

 

Attraverso un tramite, lo spirito del mio amico mi ringraziò " per la mia amorevolezza ". A dirla tutta, ci stetti anche male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore, ma, aveva ragione lui, non era amore: lui l'ha capito prima, io l'ho capito dopo. D'altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito, è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene?

Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull'amore e sull'amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell'amore e dell'amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua " roba ". D'altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch'io avrei perso la mia " roba ": il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male ( la droga ) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una " droga " con il quale tentavo non solo di " farmi " facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che, indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio. Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che, quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l'eroina.

Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, " sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso ". ( O. W. ) A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi ma, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi; non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e, gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l'esigenza di porre chiarezza. Sull'esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: " l'equivoco è sempre stata la mia difesa! " Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell'affermazione non vidi solamente chi si serve dell'equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua " roba " per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da " fatto ". Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l'idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da se che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio... Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, ( ciò avvenne, quando l'avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua " tossicodipendenza " ) comunque la mia intenzione d'amore si sarebbe scontrata coll'impossibilità di raggiungerla.  Al punto, comunque avrei capito l'amore e l'amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell'altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c'è stata anche della verità.

Domande, domande, domande.

 

In un altro momento di stanchezza, comunicai al mio amico la mia intenzione di interrompere il rapporto. Mi obiettò: Non puoi farlo: non hai finito il tuo compito. Comunque sia stato l'onere del compito (verso il suo spirito fine a se stesso o verso la Vita attraverso la nostra) so (spiritualmente e spiritisticamente) perché ho portato a termine quel compito, o so ( quanto non avrei mai immaginato di sapere ) perché quel compito sta ancora proseguendo? Se, come ti ho raccontato nello scritto precedente, uno spirito di male difende l'opera del mio spirito ( i vari scritti ) se ne dovrebbe trarre la conclusione che essi sono male. Fermo restando il fatto che nulla vuole se non la Vita ( Spirito verso il quale mi riferisco per identificarmi ) e che se atto difensivo vi fu, fu dunque permesso dalla Vita, cosa impedisce di pensare che sia stata una volontà di vita ( cioè, di bene ), anche infinitesima, a porre quello spirito a difesa della mia opera? Lo può impedire quello che, noi, sappiamo del bene e del male, ma, quello che noi sappiamo, dal momento che non la conosciamo sino dal Principio, cosa è, a fronte di quello che sa la Vita? Per quanto tanto, pressappoco niente. Una volta, quello spirito, (sempreché sia nel male è tutto da vedere in quale stato del Male) attraverso il medium mio amico mi si rivolse per scrittura medianica, dicendo: " Israele, aiuta il tuo popolo! " Giacobbe fu nominato Israele da uno spirito. Io fui chiamato Israele da uno spirito. Giacobbe si alleò con la Vita. Prima di dirigermi verso la Vita, io sono stato alleato con una vita. Anche Giacobbe, prima dell'incontro con quello spirito fu alleato con della vita: quella del gruppo di cui era capo. Si può dire, allora, che sia Giacobbe che me ( ognuno per il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato ) siamo spiritualmente giunti ad allearsi con lo Spirito della Vita dopo essere stati alleati con della vita di questa. Se quello spirito ha difeso gli scritti, lo ha fatto perché possono aiutare il popolo, di cui, secondo lui, sarei Israele, ma, lo sarei di quello che sta nel bene o di quello che sta nel male, o sarei " Israele " del popolo che è Israele perché, nel bene e nel male, è alleato con la Vita? Elevando il pensiero verso il Principio, se un popolo è chiamato " Israele " perché è alleato con la Vita, allora, sono " Israele " tutti i popoli che, con spirito dato lo Spirito, alleano la propria vita con la Vita? Prima di ogni nome, però, vi è la Vita dalla quale si originò ogni nome. In questo senso, tutti i popoli che in nome della vita si alleano con la Vita, indipendentemente dal nome, sono alleati con ciò che l'ha principiata: lo Spirito. Secondo queste considerazioni, chi mi chiedeva di aiutare quello spirito? La vita di un popolo (Israele) o quella del popolo della Vita: primo ed universale nome ( Vita ) di chi vive secondo il Suo nome?

In questi giorni, leggendo il "Fedro" di Platone,

ho scoperto che ad avere un naso notevolmente rincagnato, era Socrate.

 

Ne ricavo che, o sono sotto l'influsso di quel filosofo, o che sono sotto influsso di un filosofo che ha il naso rincagnato tanto quanto Socrate. Potrebbe anche essere vero, però, che posso essere sotto l'influsso di un Anziano che filosofeggia e che condivide con Socrate solamente la stessa forma di naso. Ciò che nella vita ( la biga ) io dico Natura e Cultura, Socrate lo dice cavallo temperante e cavallo intemperante. Ciò che io dico " arbitrio dato dallo Spirito " ( guida della vita ) Socrate lo dice " auriga ". Socrate non disprezzava la Natura, anzi, se ricordo bene, la diceva " fonte del ricordo della Bellezza e della Bontà che è presso il Nume ".  Come si può disprezzarla sapendola via della verità ( Cultura ) della forza della vita: lo Spirito? Secondo Socrate, la retta guida dell'auriga ( dello Spirito ) era data dalla temperanza e la temperanza si raggiunge, appunto, mediando fra forze contrapposte. Con questa intuizione, Socrate aveva presagito che l'Auriga ( lo Spirito della vita dato da volontà contrapposte e, dunque, l'un l'altra temperanti ) aveva una funzione paraclita, cioè, mediatrice. Con Platone sostengo non la temperanza per contrapposizione di volontà ( quella del bene contro quella del male ) ma la temperanza data da una relazione di stati che, lo Spirito, dato dalla reciproca corrispondenza, non può non mediare.

Spiriticamente influito da Socrate?

 

Se è vero che sono sotto influsso dello spirito di Socrate, allora sono filosofo tanto quanto sono influito da quel filosofo, ma, dicendomi " illustre collega ", Kaufman si riferiva al mio filosofico spirito o allo spirito di Socrate (che gli è certamente più collega) nel mio? Se uno spirito riconosce uno spirito in quello di un altro, allora, ciò significa che tutte le identità conservano la vita di ciò che furono. Se conservano ciò che furono, allora, il rapporto fra Socrate, Kaufman e me, non è spirituale ma, appunto, spiritico. Se è spiritico, si ricordi che il mio rapporto con lo spirito di Socrate ( e/o di Kaufman ) è bene e vero tanto quanto è giusto. Chi può dire quanto è giusto? Con me, ovviamente, lo spirito di chi legge quanto sostengo. Come? Sentendo la propria emozione, cioè, lo stato del proprio spirito. Se è in pace ( cessazione di ogni dissidio ) necessariamente è nella verità tanto quanto è in pace. Sempre sul " Fedro ", detto da Socrate, leggo: "... i sacerdoti del tempio di Zeus a Dordona assicurano che le più antiche profezie sono venute da una quercia . " Non ricordo precisamente, ne quando e ne in che contesto ma parlando del mio amico l'entità " Francesco " mi disse: " perché tu sei una quercia e lui è un ramo secco ? " Se avesse detto il contrario non m'avrebbe fatto male tanto quanto. Se è vero che la definizione dello stato del mio amico mi preoccupò non poco, non di meno, anche la definizione del mio stato mi preoccupò. E' indubbiamente bello sentirsi dire che si è una quercia perché una quercia è forte, grande, protettiva, ecc. ma per quanto grande, forte ( e protettiva ) chi protegge la quercia? Il cielo, mi dissi! Ma se dal cielo scendono i raggi del sole, dal cielo cadono anche i fulmini! E, allora? Allora mi domandai: cosa c'è di più grande del cielo? Mi risposi: più grande del cielo, c'è soltanto la Vita. Così, solo confidando nella Vita, mi fu possibile di accettare l'idea di essere come una quercia ma non da solo come una quercia.

Sogni

 

Contrariamente a quanto avevo preventivato, verso le quindici ho preso il treno di ritorno. Sarà stato anche perché ho mangiato un gelato prima di andare a dormire, ma ho sognato di essere in un sito desertico. Stavo guardando tre figure vestite alla araba. Le sentivo nemiche. Si stavano dando da fare per far crollare un mucchio di materiale su quello che mi pareva o una tenda, o una grotta. Ero distante da loro una cinquantina di metri. Commentavo quello che stavano facendo ad un qualcuno che era fuori dalla mia visuale. La parte che di me era come spettatrice, dal momento che non vedeva la persona che parlava, trasse la conclusione che il collegamento doveva avvenire per radio. Per radio ai tempi delle crociate?! (Chissà perché ho pensato alle crociate. Non c'era nessun riferimento a quelle, nel sogno.) All'improvviso, la parte di me fuori campo visivo non vide più la parte che era dentro. Anche la voce che proveniva da chi non vedevo si stava chiedendo dove era andato a finire il mio me che era nel campo. Ero balzato fra quelle figure. Mi vidi affrontarle in duello. Avevo una spada con la lama a mezzaluna. Con una sola mossa in verticale tagliai letteralmente in due un avversario. Misericordia, che botta, si disse la parte di me fuori campo. Credi, vedendo l'azione, venne anche a me l'istinto di far rientrare la testa nel collo, tanto mi immedesimai con quello che era stato colpito. Premesso il detto: " Ne uccide più la lingua che la spada ", potrebbe conseguirne che la spada non solo è una lingua con la quale chi " di parola ferisce di parola perisce " ma è anche ciò che separa quello in cui penetra. Se la spada a mezzaluna è simbolo di quella Cultura e, se la spada è il simbolo di una lingua che divide ciò che è vero da ciò che non lo è, ciò significa che nella spiritualità araba ci sarà chi armato di quella lingua, separerà ciò che è bene da ciò che è male? Dopo aver girato la schiena ad un altro, senza voltarmi, lo tagliai per orizzontale, all'altezza del posto che i sarti dicono " giro di vita ". Anche in quella vita, evidentemente, ho separato qualcosa: Nella Cultura araba , la Cultura della Natura ( il sentire ) dalla Natura della Cultura, il sapere?

Ero affascinato dalla capacità tecnica del mio me che duellava ma anche un po inorridito; soprattutto, dal fatto che nello scontro la capacità dei duellanti mi sembrò tanto impari da non essere un duello ma un macello, il che, non mi parve giusto; al risveglio dovetti darmene una spiegazione. In presenza del bene, nessun tipo di duellante del male si può dire pari al bene, perché, al Principio, mentre il bene presso il male è vita che da vita anche al male, il male presso il bene, è una non vita ( non vita perché mancanza alla Vita ) che non solo non da vita al bene ma neanche a se stesso. Un movimento in verticale seguito da un movimento orizzontale è un segno a croce e, dunque, di croce. Siccome il segno di croce è stato fatto con una lama araba, se ne può concludere che uno Spirito lotterà contro ciò che da Cristo e Maometto in poi si è falsato nelle due religioni: la Cattolica ( per il segno della croce ) e la Mussulmana per il segno dato dalla forma " a mezzaluna " della spada? Per quale motivo se non può essere per separarle, dal momento che vita è corrispondenza di stati. Dato il segno e data la parola ( la spada ) per ricongiungerle all'unico Principio da cui sono sorte? A lama alzata sino all'altezza della fronte ( nel segno della croce, nella posizione del Principio della Vita, il Padre ) mi posizionai per affrontare un terzo avversario. Con mossa così rapida che non seppi evitare, quello lanciò un coltello che ferì al polso sinistro il me che duellava. Se la forza della Natura della mia Cultura di vita è stata ferita nella sua volontà (simbolizzata dal polso) evidentemente, essa non è stata di sufficiente spirito. Il coltello è un simbolo fallico. Ciò potrebbe significare che il piacere della mia Natura sessuale penetra la Cultura della mia vita ferendone la volontà? Per quanto conosco di me, questa possibilità è successa e non è detto che non si ripeta. D'altra parte io sono ciò che so per quello che sento ( anche sessualmente ) e, modificare la mia identità sessuale è anche modificare quella culturale. Nulla di male se quel particolare del sogno fosse un suggerimento ma, e se invece fosse un condizionamento? Piano, con i sogni! Per quanto ferito tanto da rendergli estremamente pericoloso il proseguo del duello, comunque tenendo la spada sollevata, la parte di me duellante resse il colpo che la fece solo vacillare e, a piedi ben piantati per terra, si fermò: in guardia. La parte di me fuori campo, non si sentì temere più di tanto per la vita della parte di me nel campo. Piuttosto, temette per il fatto che con il polso ferito ( " il polso, in quanto dirige il lavoro manuale, è anche il simbolo dell'abilità umana " ) non avrebbe potuto scrivere. Su questa preoccupazione, per un attimo, si sovrappose la faccia fortemente maligna del mio feritore e, mi sono svegliato.

Salmi

 

Non sono in grado di affermare che il Salmo sia sufficiente tutela nelle situazioni negative legate allo spiritismo ma prima di puntare la penna, dico la prima quartina de " Il Signore è il mio pastore ". D'altra parte, se fossi tutelato dal " nemico " da delle realtà di bene ( oltre il mio spirito ) capirei sino in fondo ciò che è " nemico ", ogni volta manco di discernimento perché protetto da quello altrui? In ogni caso, se nonostante la tutela che delego al Salmo, comunque ciò che mi è nemico penetra la mia proprietà ( la mia vita ) non è forse vero che l'atto di violenza sarà addebitato al giudizio dello spirito invasore? Allora, necessariamente, il Salmo è barriera efficace, in quanto, è limite che separa la volontà del mio spirito da ciò che non è del mio. In questo senso è linea di confine. Come tutti i confini, non può essere invaso, pena il giudizio sul sopruso che è in ogni invasione.  Così, se agli occhi della mia vita non posso dire che il Salmo mi tutela ( come una porta non sempre è sufficiente a tutelarci dai ladri di proprietà ) posso dire però, che lo è agli occhi della Vita.

Presenze

 

La presenza di ciò che era stato un sacerdote disse che ero stato " provato ". Se per " provato " si intende affaticato da un peso, certamente fu pesante prova il peso del lutto che all'epoca stavo vivendo. Ma " provato " significa anche: " collaudato ", " sperimentato ". Al caso, da chi fui collaudato e/o sperimentato? O, in funzione di chi o di cosa? Non ricordo se fu prima dell'affermazione o se nella stessa notte o in quelle subito seguenti, nel dormiveglia, mi sentii toccare, anche forte, sulla fronte. Sembrava che fosse stato fatto o con un dito ( se lo era mi sembrò di osso ) o, comunque sia, con un qualcosa di rigido. Subito dopo, sulla nuca, sentii come uno scappellotto: tra il distratto, l'affettuoso e la presa in giro. Hai mai dato uno scappellotto sulla nuca di un tuo amico quando, in una data occasione, si è comportato da sciocco o in maniera scherzosa o ti sta prendendo in giro? Ecco, l'emozione, che ricevetti da quella lieve sberla, fu anche di questo tipo. Non ricordo se sia di Swedemborg l'affermazione, ma mi pare che sulla nuca si ricevano le emozioni del male. Ne consegue che sulla fronte si ricevono quelle del bene? La manifestazione di quella notte, potrebbe essere stata sia una conferma del bene nella fronte che, sulla nuca, una spiritica derisione della mia aspettativa spirituale? Lo potrebbe.

Compiti

 

Nello spiritismo, succede che alla manifestazione di uno spirito soprannaturale ad uno naturale si accompagni un " compito "Presso i carismatici ", al compito, si accompagnano anche dei " doni ": quelli " dello Spirito ". E' successo anche a me. Può essere spiegazione il fatto che rivolgendoci alla Vita ne siamo influiti e, siccome la Vita è Forza, ecco che la nostra forza ( il nostro spirito ) è influito dal Suo tanto quanto vi si rivolge. In ragione della forza con cui ci rivolgiamo a quella vita, quell'influsso, amplificando la vitalità del nostro, ci dona, più ampie facoltà: spirituali e/o spiritiche, in ragione della vita con la quale si corrisponde e con quale stato di forza si corrisponde. In chi presume di avere un compito nella vita oltre al proprio, ci sono parecchie bestie da tenere costantemente sotto controllo. C'è la vanità. C'è la voglia di protagonismo di chi tende ad investirsi di ruoli guida ( spirituale e/o altro ) che sono solamente della Vita. Il protagonismo nella Giustizia divina ( giusto per citare un ruolo ) è un travisamento che può elevarsi sino alla allucinazione: essa può far delirare la mente sino a livelli apocalittici. Credimi, se avessi badato sino in fondo, alle emozioni date dalla sofferenza di certi momenti di ingiustizia ( sulla mia persona ma non di meno sulla Persona ) certamente avrei anche saputo dire, quanto... farmi internare. L'energia di una mente, che rimuove la coscienza della propria Natura può fare danni incalcolabili. Non ti dico, poi, i deliri di cui è capace la mente quando diventa la primaria interlocutrice della persona. I dialoghi che avvengono in quei casi sono così risucchianti che, al confronto, le sabbie mobili sono fatte di cemento. Anche la vanagloria è un'altra grossa bestia da contenere. Ma da questa non è difficile difendersi: basta un po' di autoironia.

A Firenze con uno swedemborghiano

 

Se è vero che a Firenze non ho potuto ascoltare l'emozione delle cose ( tanta era la gente ) è anche vero che non ho mai recepito le tue emozioni. Per me, è come se tu fossi sempre stato oltre un vetro. Certamente il fatto di non averti colto mi ha ferito. Non certo al punto da fermare la mia vita ma a quello di renderla insicura certamente si. Anche a casa, (senza contare per tutta la durata del nostro incontro) mi sono chiesto come mai il mio comportamento nei tuoi confronti non mi sconfinferasse per niente. Adesso lo so, come so cosa lo ha procurato. E' stata la nostra mancanza di comunione. Con questo, non voglio certamente dire che tu sia uno spirito di male o nel male, ma che il tuo atteggiamento (una sorta di chiusura data o da una aprioristica diffidenza o da una mancata corrispondenza fra schemi culturali evidentemente diversi) è stato un male che può aver incanalato su di me un influsso di male. Se ricordi, ho detto che in te c'era dell'errore perché sentivo la pressione sulla scapola. Certamente non saprei dire in cosa consista quell'errore o quale sia la realtà che può avertelo fatto fare, ma, se si è rivelato fra di noi alterando in qualche modo il nostro incontro, certamente non voleva che comunicassimo. Al momento, vallo a sapere lo specifico perché, ma, prima o poi lo saprò.

 

(Avevo sentito la pressione sulla scapola perché avevo incontrato uno spirito di fissato arbitrio,

e secondo il mio pensiero, tossicodipendente da ideologia)

Non solo per quanto intravedo della Vita, non posso non dirmi " pinco " se vi confronto la mia, ma anche perché, di me stesso, ho lucida coscienza. Nel bar dove eravamo non è che la mia coscienza dormisse, però, non capiva come mai non mi riuscisse di dire il Salmo. Mi alterava, o il fatto che non lo ricordavo ( possibile? lo dico sempre! ) o qualcosa non permetteva che lo ricordassi? Fu quel qualcosa che non permise nessun messaggio? Può essere. Quando parlo, mi è congeniale sentirmi parlare. Direi, che quello che ho sentito dirti di me, culturalmente parlando era perlomeno balbuziente. Non riuscivo a dire ciò che volevo dire. Continuavo a dimenticarmi il filo del discorso. Saltavo di palo in frasca. In breve, mi sembrava di essere, come dicono i napoletani: uno " storduto ". Hai presente una trasmissione nella quale delle scariche elettriche interrompono la continuità dell'emissione? Ero una roba così! Quando ci siamo lasciati, indipendentemente dai risultati del nostro incontro ti sei detto lieto di avermi conosciuto. Tuttavia, l'espressione del tuo viso, per un attimo, si è mutata in freddezza, in calcolo. Se non in freddezza e/o calcolo, in sinonimi di questi stati d'animo. Eppure, sei sempre stato, non dico emozionalmente caldo nei miei confronti ( che sarebbe stato chiedere troppo ) ma perlomeno temperato. Girandomi per tornare alla stazione, ho avvertito anch'io lo stesso stato di freddo e/o di calcolo. A mio sentire i significati possono essere tre: o la nostra storia è finita perché fra di noi non vi è stata sufficiente corrispondenza spirituale, o è finita perché ho fatto quello che dovevo fare, oppure, qualcosa vuole ( o teme ) finita questa storia. Se ti scrivo, è appunto perché non so dare sufficiente risposta a queste ipotesi. Fra le altre cose mi hai detto che Swedemborg sostiene che gli spiriti possano fingere al punto da spacciarsi per l'identità dello Spirito. E' una affermazione che ha bisogno di ulteriori precisazioni, tuttavia, è possibile, non perché sia possibile ma perché noi non siamo in grado di distinguere ciò che è dello Spirito da ciò che è di uno spirito.

Suppongo che ti sia reso conto, delle implicazioni che ci sono nell'affermazione di Swedemborg. Di fatto, se uno spirito sa fingere al punto da spacciarsi come il Santo, tanto più saprà spacciarsi come lo spirito di Swedemborg. Al punto, presso i swedemborghiani, quale credibilità hanno i medium che si dicono in contatto con lo spirito di Swedemborg? Direi, nessuna. Lo spirito di Swedemborg che ha dato atto alla sua vita, certamente, secondo il suo stato di spirito, è in atto nella Vita. Lo spirito di Swedemborg, se si è elevato nella Vita, secondo il suo stato di vita torna a questa con l'identità della Vita, cioè, con quella dello sua forza: lo Spirito. Se diversamente non si è elevato tanto da con - fondersi nello Spirito della Vita ( sempre secondo il suo stato di spirito ) al punto da aver acquisito la definitiva identità spirituale di quello stato, certamente torna alla nostra vita con lo spirito della propria, cioè, con l'identità di se. Considerato ciò, possiamo accettare come Cultura di Swedemborg quella di chi si dice in rapporto con la Cultura di Swedemborg? Certamente la possiamo accettare, ma, con molte riserve di spirito, cioè, di vita. Se in quello che dico c'è anche della Cultura di Swedemborg, è perché indipendentemente dalle vie, ambedue ci siamo volti allo stesso Principio: quello della Vita divina, nella quale il nostro spirito ( la nostra vita ) ha trovato la sua forza. Poiché lo Spirito della vita divina è il Principio della forza della vita della Natura che corrisponde alla sua Cultura, ne consegue che è errore contro lo Spirito della Vita, ogni atteggiamento persecutorio verso la forza di ogni vita, ivi compreso quello di noi contro la nostra. Chissà perché mi è venuta questa frase che col resto della lettera non centra niente. Che forse sei giudice troppo severo ? Solo di te stesso?

Al bar mi hai fatto vedere dei sermoni

che ti sono giunti da un gruppo " Swedemborg " americano.

 

A quei fogli, in angolo, ne mancava un pezzo grossomodo quadrato. Secondo una lettura " per corrispondenze ", il fatto potrebbe avere anche questo significato: poiché anche uno scritto è una costruzione ( ideologica ) ai pensieri che strutturano la costruzione di quei sermoni, manca la pietra che completa la testata. Dal momento che la lacerazione è sulla sinistra, luogo nel quale facendoci il segno della croce citiamo lo Spirito, la pietra che manca potrebbe concernere quella forza. Stai pensando che sto tirando l'acqua al mio mulino? Potrebbe essere. D'altra parte, quello che vale in guerra, cioè, nel Male, perché non dovrebbe valere in amore, cioè, nel Bene?

Se uno spirito è francese

 

L'avevo mandata a Eco in risposta ad un suo articolo sulla medianità. In occasione del rinnovo del programma in Rete l'ho riletta. Ma cosa cacchio ho scritto! Non ci  capisco più niente!  L'ho rifatta! Digerire anche questa non sarà mica molto più semplice tuttavia possibile.

 

Uno spirito soprannaturale è come un francese. Volendo comunicare con un italiano, è chiaro che userà quello che questi sa. Il visionario italiano, quindi, "vedrà quello che sa". Succede, però, che un visionario non sappia quello che sa, oppure, che sappia di saperlo solamente a posteriori. Se un visionario non sa quello che sa, o lo sa a posteriori, come ha fatto a vedere a priori una apparizione? Uno spirito di altra lingua, e quindi, di altra parola, comunicando con uno spirito italiano (ad esempio) non potrà che usare la lingua e la parola in francese, cioè, la Natura (la forza di quella vita) della Cultura (la conoscenza di quella vita) d'origine dello spirito di quello spirito. Il visionario italiano influito da quello spirito, quindi, "vedrà quello che sa", appunto perché l'interpreterà secondo la sua la Natura (la forza di quella vita) della Cultura (la conoscenza di quella vita) d'origine di italiano, che ovviamente, non è la stessa del francese. Succede che un visionario non sappia quello che vede, (o in molti modi riceve) e/o che sappia di saperlo solamente a posteriori. Se un visionario non sa quello che vede, (se non a posteriori) come fa a vedere quello che a priori non sa? Se vede ma non sa ciò che vede, è chiaro caso di impossibile comunicazione, oppure, che il soggetto di quella comunicazione non è la visione in quanto tale, ma la confusione che si origina da ogni molteplice interpretazione. Se in tali frangenti non vi può essere chiarezza già all'origine, quanto è chiaro lo spirito comunicante nella serie di ipotesi che dico?

 

o dice di essere me.

Non è detto ma potrebbe anche succedere, che in un futuro più o meno prossimo, qualche medium possa sostenere di essere tramite del mio spirito. Che vi si creda o no, malattia o no che sia, fatti del genere sono successi, succedono e succederanno. Ebbene, siccome nessuno sarà in grado di verificare se è effettivamente il mio spirito quello che comunica con il tramite, si tenga presente che sarà il mio, tanto quanto (poco o tanto che sia) non condizionerò la vita di nessuno e, non sarà il mio, tanto quanto, (poco o tanto che sia) risulterà condizionante. Mi si potrebbe chiedere: nel mondo degli spiriti come è possibile l'appropriazione totale o parziale di un altra identità? Nella vita spiritica non vi è materia che separi vita da vita: vi è la mente, cioè, ciò che sappiamo, e dunque siamo. Mente simili, pertanto, hanno "corpo simile". Prossima o non prossima che sia, la vicinanza è permessa dalla  corrispondenza di similitudine fra mente e mente. Con un esempio, si potrebbe dire che se Pinco è spiriticamente simile a Pallino, l'identità così con_fusa prenderà la forma mentale e spiritica di Pi_Pa e/o secondo il caso, manterrà la singola di ognuno. dipenderà dai casi e dalle corrispondenze. Tanto più uno spirito è basso, e tanto più corrisponderà, per similitudine di mente, con gli spiriti bassi che siamo. Tanto più non sono conformate e confermate alla personale identità (le menti basse che siamo) e tanto più possono essere influite.

 

Lo possono sino all'invasione di di forza entro forza sotto l'aspetto della vitalità naturale;

di mente entro mente sotto l'aspetto della vitalità culturale;

di vita entro vita sotto l'aspetto della vitalità spiritica.

 

Mi si chiederà ancora: ma perché ci può essere un'invasione di un influsso (più o meno determinante) che può giungere all'invasione di spirito entro spirito. A mio conoscere è possibile perché la vita, essendo corrispondenza di stati, non concepisce il vuoto che è la non corrispondenza, e quindi, non_vita. La dove vi è non_vita per mancata corrispondenza fra vita e vita, pertanto, la vita provvede a riempire quella falla con altra vita, e/o con altra forza, e/o con altro spirito. La stessa dinamica di vita è sotto gli occhi di tutti anche fra di noi. Non ci facciamo caso solo perché li diciamo con altro nome: dialettica personale e/o sociale, rapporti amorosi, violenza per scopo di sudditanza, ecc, ecc, ecc.

 

ps. Incorporati o non incorporati che sia, per spiritismo intendo rapporto di corrispondenza con i principi culturali degli spiriti; Per spiritualità, invece, intendo rapporto di corrispondenza con i principi culturali della vita: il Tutto dal Principio.