Gayenna: memorie di un tardo adolescente

 

Gayenna è isola e isolamento, fortino e carcere, dei confinati da giudizio. In Gayenna vengono reclusi o si recludono. Da Gayenna evadono o si rifiutano. Qualche volta si raccontano: siamo diversi perché noi stessi o perché no.

 

Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: ci trovo rovine.

 

Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d'oro. Qualche volta del suo.

 

Tacciono foglie d'autunno. Discorsi d'inverno lasciano ai prati.

 

Nel giardino c'è giro ma nessuno fa una piega. Come se tutti ci fossero per caso.

Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco, invece,

neanche un filo d'inchiostro ti ferma accanto.

 

Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.

 

Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.

 

Mentre te ne vai superando il fosso, sento che mi scivoli di dosso, lieve come può stare la neve dentro un calore.

 

Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E' un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!

 

Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.

 

Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi, ma celando il tuo ieri?

 

s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance disperanza. (Disperanza è voluto)

 

Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l'aria si muoveva, piena di una sua grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capelli.

 

Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.

Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri.

Cercava i suoi pensieri.

 

Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l'amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.

 

Che meraviglia la scoperta d'una mano che passando dice - t'amo! - anche se mente.

 

Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Pur sentendomi un po' cretino, passo la notte facendo l'indovino.

 

Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro, ma perché mi hai chiesto: mi giro?

 

Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.

 

Sei uscito, ma incuriosito. Qualcosa t'è rimasto di noi. Forse il senso. Di certo, l'incompiuto.

 

Mi dici: sono venuto a fare un giro. Ho appena lasciato la ragazza. Non in questa piazza.

 

Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.

Pur avendo risposto al mio saluto birichino,

l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino.

 

Al che, messa via l'idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!

 

Un bandito m’ha strizzato l’occhio, (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto! Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!

 

Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere in mezzo al cammino, ai colli, al fiume. Ho bisogno di fiato.

 

Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.

 

Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?

 

L'acqua è caduta. La terra non ha capito che era sua.

 

Piove. Due dormono sotto il porticato. Solo il più bello è coperto. Morfeo lascia fare.

 

Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.

 

Il mio batterti sul vetro t'ha svegliato mentre giravi veloce un'auto in sosta.

La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.

 

Le guance hai fiorito di rosa anche alla brina, e hai sciolto l'inverno come grano di sale.

 

Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!

 

Come un cieco t'ho percorso con le punte delle dita. Pensavo di capire l'amante. Ho capito la vita.

 

Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!

 

Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.

 

Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.

 

Siamo diversi perché noi stessi, o perché no.

 

Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate, giusto per riprendere il volo.

 

Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi!  Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.

Che palle, il Natale! In quanto parte lesa, non sono andato in chiesa.

Sono andato, invece, nel solito giardino.

A volta, sulla scalinata, maree di stelle.

Gli alberi stavano chini. Come persi nei mie pensieri.

 

Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d'uscire perché aspetto una voce.

 

Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.

 

Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell'evento. E' ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta. Uscendo.

 

Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.

 

Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.

 

Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?

 

Medaglie al valore, le tue macchie di vernice sul sedere.

 

Dove mi sono andate a finire, le mille e una notte?! Tutte, tutte, giacciono usate.

 

Amando, l'amante ha cominciato ad amare. Un altro.

Puttana, la vita che ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.

 

E ' bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.

 

M'ha dato quello che é. Il resto, è altrove.

 

Passa un piccolino pigiando i pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.

 

L'amante russa un pelo ma io guardo il cielo. Domani si sveglierà convinto d' aver dato chissà che. Gli spegnerò l' idea preparandogli il caffè.

 

Dell'amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pane.

 

Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo' scalinando giulivo, ma, con la serietà che si deve a dei passi su la neve.

 

E' giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina. Non lo sono. Cerca eroina.

 

Scopro nel mio diavoletto una risata da bambino. Non l'avrei mai detto.

 

A Mao Miccin che m'ha lasciato: Pane e vin non ti mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu? Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si spoglia fra voglia e voglia.

Tra l'essere ed il vivere c'è la presenza di una forza,

la cui origine rende tutto,  inferma marea.

 

E' arrivato il tempo delle foglie, mi disse il tronco, raccontandomi gli anelli.

 

Lieve passo senza nostalgie. Sosterrà quello che ho riflesso anche l'acqua che viene.

 

Il gattino che mi è passato vicino a pelo alzato, m'ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?

 

Ho preso un'idea d'amore e l'ho fatta a mia immagine, ma un cuore non si può clonare.

 

Si può essere condannati ad amare? Si! Sino che ti liberano, perché ti uccidono la voglia.

 

I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.

 

Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d'inverno lasciano ai prati.

 

 

Si è girato l'ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.

 

Ve lo giuro! Era come d'una fiera l'occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato, come privo di peso, in un isola di tigri e di pirati, ma, non ci sono cascato, perché ho riso all'idea di me, Perla di Labuan fra le braccia, di un bucaniere sulla moto.

Non essere stanco della blanda pena

perché a cena ti servirò quello che hai avanzato.

 

Mi sei costato una caffettiera usata, e qualche posata. Sapendolo, le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto proprio alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia ha larga la foglia ma stretta la via.

 

Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.

 

Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.

 

 

Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto.

 

Potrei guarire l'anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t'allontanassi, ma, di che s'allieta un'anima guarita? Dell'ultima partita giocata allo stadio?

 

Quale impiccio il sesso, l'età, gli schemi. Vorrei  averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l'unità al creato.

 

Attenti a voi, anime reiette! Tempi son da cavallette, perché, il sesso è lo strale del divino temporale! Dice il Cardinale, che tutto sa sul male, "quale unica morale vi sostenga castità", perché, neanche santa trinità, vi salverà dal disonore, di finire per amore o d'ecclesiale carità.

 

Vorrei sempre originale il mio peccato di gola, ma t'amo, è una nota sola.

 

Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un'acqua, non mi diresti: non è immagine un po' vecchia? Allora, com'è che non muore?

Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri,

e di già come fantastici hai definito i miei pensieri.

Chi potrebbe darti più di vent'anni?

 

Basta compromessi! Sono stanco di questi amanti da poco, che pure hanno l'arte di impastoiarti ai marciapiedi. Imparerò a dividere l'essere mio, anche in mille parti se costretto, e, fra me e loro, metterò parte dopo parte a separarmi. Nell'ultima parte metterò il meglio di quello che avrò avanzato e, lì, riposerò in pace.

 

Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L'ho visto privo di biada.

 

L'idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.

 

Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire, non appena la vita mi bagna.

 

Appiccicosa, come una pastiglia gommosa, in un vano della mente, ininterrottamente, un'idea supplente, batte.

 

Ci hai provato, provato, e riprovato. Ora tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.

 

La tua forma si crogiola nel tempo, che hai lasciato, anche quello senza fiato.

 

I tuoi occhi di topo irrequieto, dentro la gabbia che ti sei costruito, e nella quale hai scoperto, non esservi esca.

 

Il tempo che passa farà scordare ai pioppi, le foglie che l'acqua portava via, mentre pioveva.

 

Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto: ron, ron.  Questa storia non ha morale. Non importa: non è reale.

Prima mi ha elevato, e dopo avermi illuso, mi hai buttato giù.

Come credere agli angeli quando hanno vent'anni?

 

Portata dalla sera, è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta della stanza nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa, già padrona di casa mia.

 

E così, tu mi ami! Vecchio dentro come sono, dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?

 

Dalle tue labbra di ieri, se ne sono andati i miei pensieri.

 

Mi hai detto - no - senza curarti se morirò, per sere e sere.

 

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti, se alla vita e all'amante consenti, solo ansia senza sorte al respiro.

 

Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me.

 

Sono stato una biglia. Ho girato a tuo comando, spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia. La tua. La mia.

 

Ho vinto il tuo volere. Sensazione di vittoria, a suo tempo condivisa, anche da Pirro.

 

Tra l'essere ed il vivere c'è la presenza di una forza, la cui origine rende tutto,  inferma marea.

ll giovane torello, ora sta, come manzo indifeso, sul letto, steso.

Io, in piedi.

 

Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni, ma dolce mi è stato, naufragare nel tuo mare, salato.

 

Non dirò nulla di nuovo, confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.

 

Non più, come un navigante che si duole perso. Ora, posso gridare - terra! - perché all'orizzonte ho intravisto, che forse mi ami.

 

Per fortuna, l'età mi consente di fermare ciò che prova, ma, comunque amaro, mi è stato il tacere la via dei campi, e nel contempo salvar virtuosa, un' idea di serietà, che forse posa, a castità.

 

Ecco che vieni, ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, non mi vedi.

 

E così, lo stregone ha detto che ti sono mamma, e che se vuoi maturare ti devi liberare di me. Neanche un contadino deficiente oserebbe togliere il sostegno che regge un ramo al sole, ma, i dottori, che ne sanno dei campi, della terra.

 

Il sentimento che ci lega è la via dolorosa, dove, tu, cadi sotto la tua storia. Come sempre ti rialzo, scostando la memoria.

 

Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto così tanto. So solo che quando ti penso, sei lì nel farmi male.

 

Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.

Ve lo giuro!

Era come d'una fiera l'occhiata che mi ha dato,

e che mi ha portato, come privo di peso, in un isola di tigri e di pirati, ma,

non ci sono cascato, perché ho riso all'idea di me, Perla di Labuan

fra le braccia, di un bucaniere con la moto.

 

Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne, si può giungere all'anima.

 

Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!

 

Nella stanza priva di presenze, scopro che la sera ed il silenzio, si aggirano senza senso, fra i mobili.

 

Quale sogno d'amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita, in tre.

 

Di te non scriverò. Sei stato felicità.

 

Chi sei tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi, e celando il tuo ieri?

 

Giorno dopo giorno, aspettando un giorno.

 

Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.

 

Sono cinque di mattina. Venti sigarette dopo. Lo mando a fanculo o rovisto nel baule?

Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto.

Forse sono stati gli occhi. Così vicini all'anima.

 

Da una parte hai messo la tua virilità e dall'altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c'è!

 

Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.

 

Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori, ho potuto pochi fiori.

 

Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t'ha preso i giorni.

 

Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te, come se ti dovesse difendere, da me.

 

Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri, e di trattare me e loro, come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?

 

Stasera t'ho visto, così! Cosa non avrei fatto, se solo avessi creduto, più forte la carne.

 

L'Aids è il giusto castigo, con il quale, Dio, separando i buoni dai cattivi, renderà i primi, tutti eguali. (Ironica)

 

Se fossi inseguito da un nemico pensiero, e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè, davanti l'acqua.

Ti so affamato, ma lo stesso, l'anima mia cincischi, svogliato.

 

Zavorrato da fessi pensieri, percorro altri sentieri.

 

Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.

 

Principe cialtrone non eri, una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno.

Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.

 

Fra l'erba del parco, come natura divina, apparsa per mio desiderio, a placare la terra.

 

La biro spinta nel giro, s'ingorga. Come un'anima sott'acqua s'avvinghia alla mano che l'aiuta. Non la regge il cuore.

 

Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito, di mandarmi via.

 

Il sole attendo e lui non viene. Le nuvole mi ha mandato, (ambasciatrici di malinconie), con un pianto che è rimasto, sospeso a mezz'aria.

 

Vorrei vivere l'amore come prima, per questo simulacro di cosa vera, che giace, impronta di lenzuolo al fianco, indifferente a tutto questo.

 

Il bianco ti avvolgeva come un'amante innamorato. Geloso ti ho spogliato e vestito a mio sonetto.

Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero,

che riposi il vero, su infinita pace,

il tuo russare finalmente tace!

 

Come un giunco sfidi la mia artrosi, e te ne fai un vanto inconscio. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l'età o per la diversità, come può sembrare: é che io sto, e tu vai ad amare.

 

Come ho potuto volerti per più di un momento! Ma pensa a che trucchi ricorre la voglia! Come in fotografia, ha sovrapposto la tua realtà, sulla mia fantasia.

 

Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo, ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente, se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.

 

Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato come una nutrice, poi, sono tornato ai miei ferri, e ai miei ricordi.

 

Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, sono giunto subito al cuore.

 

Non c'è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d'amore.

 

Confesso d'averti spogliato. Anche violato. L'ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n'hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.

 

Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.

 

Non ci deve essere stupore, se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i carrara.

Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo.

Il cuore, però, ora si rifiuta di seguire i miei ripensamenti,

e stolido mi pianta, per le solite funzioni.

 

I magi portano rami ma la magia s'e n'è andata.

 

Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite, di risate, di marmi, e fiori secchi sulle fosse.

 

Cos'è un nome, cos'è una mano, si disse Giulietta (un'altra mia diletta) sorvolando su l'arcano amar da tempi bigi. Tuttavia, quanto più t'amerei se ti nomassi Gigi.

 

La stanza è piena. Ci sono mobili, pensieri, il letto da rifare, le piante da bagnare, il libro a metà, e ci sono io seduto alla scrivania. La sedia m'è costata una follia. E' bella. Mi muovo e non scricchiola. Neanche quella.

 

Il cielo è terso ma non mi convince. Ha mentito troppe volte.

 

"Ognuno uccide quello che ama" ma un pensiero recondito, un'idea di rondine e di nido, persiste.

Ci saranno delle scritte doppie, temo. Non so come eliminarle.

Vista la mia poca memoria, non vorrei cancellare anche le originali.

Lascio tutto come sta.